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Nel 1968, i concerti della tournèe svedese di un certo Jimi Hendrix vennero aperti da una sconosciuta band locale, tali Baby Grandmothers, che proprio in quell'anno pubblicarono il loro primo ed unico singolo, contenente due soli brani. Il perché di un tale onore lo si comprende ascoltando la musica di questo power trio, presto discioltosi e caduto velocemente nella polvere e nel dimenticatoio. A inizio 1968 i Baby Grandmothers, attivi già dall'anno precedente, pubblicarono il loro primo ed unico singolo contenente due sole tracce, "Somebody Keeps Calling Me" e "Being is More than Life"; poco dopo si sciolsero, ma restarono comunque alcune registrazioni risalenti al 1967 assolutamente meritevoli di pubblicazione. Ecco che quindi nel 2007 esce per la Subliminal Sounds il primo vero album del gruppo, in realtà una raccolta che comprende le due tracce del singolo e altri cinque brani registrati dal vivo nel corso del 1967, il tutto per un'ora tonda di musica interamente strumentale, un hard rock acidissimo e psichedelico al massimo grado, travolgente ed ammaliante, capace di incollare all'ascolto e di regalare un memorabile viaggio, tanto nelle oscurità del cosmo quanto nei caldi meandri della psiche umana.L'iniziale "Somebody Keeps Calling Me" è un manifesto d'intenti per l'ascoltatore, che dopo pochi secondi sa già cosa aspettarsi dall'intero disco: è una lunga, sinuosa, lisergica cavalcata che sfocia, con un continuo crescendo, in un vortice psichedelico via via più oscuro e sfrenato (degno dei migliori Hawkwind che di lì a poco si affermerranno sulla scena europea). Qui sono presenti le uniche parti vocali del disco, che poi consistono nelle poche parole del titolo cantate distorte, quasi proprio come fossero richiami siderali o luciferini. Segue la versione del singolo, ridotta, di "Being is More than Life", la canzone più conosciuta e che è da considerare la gemma del lavoro: il suo riff iniziale è di quelli che valgono un'intera carriera, un brano realmente da annoverare tra i migliori in assoluto della psichedelia trippy della seconda metà degli anni Sessanta! "Bergakungen", il primo brano dei cinque registrati dal vivo, è una lunga traccia di oltre sedici minuti che regala cambi di ritmo sensazionali. L'inizio ricorda vagamente la "Season of the Witch" donovaniana (e in particolare la cover dei Vanilla Fudge) ma subito si inseriscono cupi riff di chitarra, ruvidi e taglienti che si aprono, accelerano ed avvolgono l'ascoltatore in una spirale sempre più calda e travolgente. Un brano che richiama le lunghe improvvisate jam sessions hendrixiane e che certamente può essere accostato alla musica di band come Josefus, Fraction e tanti altri gruppi noti e meno noti che faranno parte dell'ondata hard rock che, di lì a poco, nei primi anni Settanta, esploderà a livello planetario. La registrazione dal vivo di "Being is More than Life" rappresenta l'altro pezzo forte del disco: quasi venti minuti che costuiscono il vertice assoluto dell'album. Minuti e minuti di incessante, sfrenato, martellante acid rock, con chitarra basso e batteria che si intrecciano e si allontanano di continuo, melodie nitide seguite da buchi neri rumoristici. Come se Hendrix si unisse in una jam con Blue Cheer e Hawkwind e dicesse a Peterson e Lemmy/Brock: "Hey, ce lo facciamo adesso un bel viaggio insieme? Che ne dite?". Sì, ed è un viaggio pesante e nero nella mente umana. Anzi, decisamente oltre la psiche umana… Suoni dell'Hendrix più selvaggio si affiancano alle cavalcate desertiche di certi Quicksilver Messenger Service, per passare alle dilatazioni cosmiche dei primissimi Kraftwerk e alle oscurità siderali senza ritorno dei soliti Hawkwind (sul finale del brano ritorna in mente l'immensa "Time We Left This World Today"), per poi rifluire nella psichedelia minimalista dei Grateful Dead di "Dark Star", al termine della quale si innesta il solito memorabile riff che ha aperto, e quindi chiude, il brano. Un vero e proprio capolavoro assoluto, incredibilmente poco celebrato. "St. Georges Dragon" ha un incedere convulso, cupo, dissonante, dominato da un drumming ossessivo che sul finire, finalmente, lascia spazio ad un'esplosione chitarristica in pieno stile hard classico. La reprise che segue è invece ancor più veloce e accelerata. L'ultimo brano è "Raw Diamond", diamante grezzo, ruvido, un'autentica sassata, una pesantissima discesa agli inferi guidata da chitarra e batteria. I riff sono mefistofelici, come se a suonare fossero dei Black Sabbath più incazzati e veloci, o degli MC5 ancor più in acido. Questo album non può non esser incluso tra i capolavori dell'hard rock psichedelico: è un disco sensazionale, avanti anni luce, anticipatore dell'heavy psych e dello space rock, e non può non costituire un gioiello in musica da ascoltare con avidità ed ammirazione, da custodire e conservare gelosamente, come fosse proprio uno scrigno di pietre preziose, di inestimabile valore! Alessandro Mattonai
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BABY WOODROSE – Chasing Rainbows
Ci voleva proprio un disco come “Chasing Rainbows”. Dopo una partenza a razzo con lavori bellissimi quali “Blows Your Mind” e “Money for Soul”, i Baby Woodrose (la costola garage fiera e ostentata degli On Trial, il gruppo punta della Bad Afro) avevano vissuto una fase di flessione. Non tanto per il cover album “Dropout!” (una rigogliosa esposizione delle proprie radici, dai 13th Floor Elevators ai The Sonics) quanto per l’ultimo “Loves Comes Down”, acerbo e senza molta grinta. “Chasing Rainbows” rilancia la creatura di Lorenzo Woodrose, forte anche del nuovo side project Dragontears, che forse ha donato nuovo vigore al songwriting del gruppo.Una scrittura che rimane sempre la stessa, partorendo però gemme pop psych grezze e luminose come “Someone to Love” e la splendida “I’m Gonna Make You Mine”, pezzi che non si scrivono tutti i giorni. Segno di una rinnovata voglia, fresca, ritrovata e genuina. Che si fa amare anche quando i tre affrontano la dilatazione psichedelica, sul versante hard (“Let Yourself Go”), nel mood fatato (“Twilight Princess”, le melodie e sitar beatlesiani che caratterizzano “In Your Life”, l’oscurità di “Dark Twin” e “Renegade Soul”) e nelle derive acustiche della conclusiva, delicata “Madness of Your Own Making”. I Baby Woodrose si confermano per quello che sono: una macchina che viaggia fuori sincrono, totalmente fusa con un tipo di sonorità che non risentono del passare del tempo. Spesso perdono di vista l'elemento 'razionale' e si lasciano travolgere in toto dalla loro passione. Ma è un vizio che si lasciano perdonare con somma grazia. Alessandro Zoppo
BABY WOODROSE – Drop Out!
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Se gli On Trial ci hanno deliziato con le cover di “Head”, questa volta tocca al progetto satellite Baby Woodrose proseguire lo stesso discorso. Come una sorta di pacifico botta e risposta la band guidata da Lorenzo Woodrose esplora le proprie radici e rende un sincero tributo a tutte quelle band che ne hanno segnato il percorso artistico.Per chi conosce già il gruppo e ha assaporato le magie garage psych dei loro due lavori ufficiali (“Blows your mind” e “Money for soul”) non sarà difficile immaginare quali colossi del passato sono stati omaggiati. Per tutti gli altri invece diciamo subito che in questo cd troverete perle di garage punk e psichedelia che hanno inciso la storia della musica durante gli anni ’60. Non un nuovo lavoro per i Baby Woodrose insomma, ma una fase di passaggio per chiarire a tutto il mondo dove nasca il loro sound. Apriamo subito con i pezzi più conosciuti. “Can’t explain” dei Love (onore e gloria ad Arthur Lee!) avvia le danze: non a caso questa ballad inacidita verrà scelta come primo singolo per il lancio del dischetto. Un tuffo nell’anno di gloria 1966. Inevitabile è una cover dei 13th Floor Elevators, tra i padri della psichedelia, omaggiati con una splendida “I don’t ever gonna come down”. Ovvia anche la presenza degli Stooges, resi in maniera acida e corrosiva con “Not right”. Altri dovuti atti di devozione sono quelli a Captain Beefheart and His Magic Band (ottima la cover di “Dropout boogie”) e ai fondamentali The Sonics, celebrati con l’isteria vibrante di “I’m going home”. Sul lato più nascosto invece spicca per intelligenza ed arguzia l’aver riproposto “I lost you in my mind” dei Painted Faces (garage band che potrete gustare ascoltando l’antologia “Anxious color”), “Who’s it gonna be” dei Lollipop Shoppe di Fred Cole (coloratissimo garage psych!), il proto punk “The world ain’t round, it’s square” dei Savages, “This perfect day” dei Saints (tratta da “Eternally yours” per l’unico gruppo che sfora negli anni ’70) e “A child of a few hours” della West Coast Pop Art Experimental Band, misterioso collettivo di musicisti che sul finire degli anni ’60 animava la scena di Los Angeles. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, come in una rilettura dei “Nuggets” o dei “Pebbles”, raccolte di culto che hanno fatto la storia del garage. “Drop out!” non è un lavoro fondamentale, questo è chiaro. Ma la passione, gli arrangiamenti, la cura dei particolari lo rendono appetitoso e sincero. Un incentivo per conoscere glorie passate purtroppo oscurate dalle corrosioni della memoria. Alessandro Zoppo
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